Poesia in pillole

poesia in pillole

Cari amici,

in questi giorni strani ed immobili siamo sempre più convinti del valore della bellezza e della poesia per sconfiggere la tristezza e curare l’anima.

Ogni settimana troverete un racconto, una poesia o un pensiero che possa farvi compagna ed essere un prenderci cura in maniera diversa, in questi momenti unici e mai vissuti.

Testi e voce di Chiara Nocchetti

Penelope

Io lo avevo avvisato.
Non mi si può rimproverare nulla perché io, lo giuro, io lo avevo avvisato.
Stai attento con me, gli ho detto.
Lui non mi ha dato retta.
E adesso non guardatemi così perché io, lo giuro, io lo avevo avvisato.

Certe cose sono inevitabili, direte voi.
Cresciuti così, uno accanto all’altro.
Sfiorandosi sempre, non toccandosi mai.
Tutti li a guardarli, siete incredibili, dicevano.

E non fidarti, direte voi.
Ma la femmina è femmina.
E lui lo aveva capito.
Ed eravamo così belli assieme.
Racchiudevamo tutti i colori del mondo.
Il mio profilo elegante, le forme prosperose.
Il rosso, il verde, il giallo.
L’azzurro.
Mi parlavano sempre dell’azzurro.
I mille toni dell’azzurro.
Quando sorridevo risplendeva,
quando ero triste si incupiva.
Io viva, io femmina.
Lui grande, imponente.
E se ne dicevano tante su di lui.
Un tipo burrascoso in passato,
calmo però da tempo, ormai.
Così dicevano.
Ti sei fidata subito,
direte voi,
forse avete ragione.
Ma l’uomo è uomo
e non ce n’erano poi tanti come lui.

Ma, vedete, io l’avevo avvisato.
Stai attento, gli ho detto.

Sapete come succede quando si perde la testa.
E poco ti importa del mondo,
quando il mondo lo hai accanto a te.
E diventammo celebri io e lui.
Ci conoscevano ovunque.
Partenope, mi chiamavano.

Partenope e Vesuvio divenimmo.

E crescemmo.
E ci unimmo, per sempre.
Dove era lui, ero io.
E l’azzurro, le mie braccia azzurre,
sempre lì ad accarezzarlo.
Ogni giorno, per ore.
I nostri figli crebbero numerosi.
E abitavano i nostri cuori e i nostri corpi.
Crescemmo.
In forme e grandezza.
Con noi crebbero i nostri figli.
Alcuni famosi, altri famigerati.
Ci resero orgogliosi,
ci fecero penare.
Ma non è così che va sempre dopo tutto?
Non è questo che significa essere madre?
Non giudicatemi male,
non ancora.
Ma quello che l’amore crea,
l’amore distrugge.
Dovreste saperlo.

Ed io l’avevo avvertito.

Non si scherza con le femmine.
E la città,
la città è femmina.

Ma lo sapete che rumore fa un cuore
quando si spezza?
Lo sapete che rumore fa?
È un rumore sordo.
È un rumore senza note.

E la musica,
la musica dei miei figli,
io non la sentivo più.
E i colori,
i miei colori,
non li vedevo più.
Il sangue nel suo costante fluire,
su e giù, giù e su.

Arterie, vene, cuore.
Le mie arterie,
le mie vene,
il mio cuore.
Le mie strade,
i miei vicoli,
il mio mare.

E non senti più niente,
non ti importa più di niente.
Se non lo conoscete,
questo dolore qua,
voi non potete parlare.

Voleva andarsene,
mi ha detto.
Conoscere altri luoghi,
vedere nuovi azzurri.
Ma non esiste Partenope senza Vesuvio.
E non esiste Vesuvio senza Partenope.

E così l’ho maledetto.
Ho maledetto lui e i miei figli.
Le mie strade,
i miei vicoli,
il mio mare.
Le mie arterie,
le mie vene,
il mio cuore.

Condannati a non trovare pace
in nessun altro luogo,
ma condannati a non trovarla neanche qua.

Né con me né senza di me.

E li riconosci i miei figli.
Li riconosci ovunque.
Mi odiano, e fuggono.
Lontano dalla loro madre.
E tornano, stupiti.
Incapaci di trovare pace altrove,
sentendo la mancanza di qualcosa indefinito.

E non capiscono,
non sanno.
E tornano da me.
E il tormento ricomincia.

Né con me né senza di me.

E si interrogano,
si accusano tra di loro.
Ma non sanno di chi è la colpa.
Eppure è li davanti a loro Vesuvio.
Basterebbe alzare lo sguardo.
Ma lo hanno dimenticato.

Né con me né senza di me.
Femmina.

La città è femmina.

La trappola del futuro

Siamo terrorizzati dal qui ed ora.
Siamo incapaci di concederci delle parentesi.
Abbiamo bisogno di una garanzia, di una possibilità che quello che è qui ed ora possa essere domani ancora.

Il presente fa i conti col futuro, sempre.
Tu ci sei oggi, ma domani?

Dosa le energie, modula i comportamenti, agisci con cautela affinché quello che hai oggi, magari, resista fino a domani.

Ma perché? Perché tutto questo bisogno di continuità? Questo bisogno di agire in potenza?
Valutiamo i nostri legami e i nostri rapporti in base all’attitudine che hanno di protrarsi nel tempo, come se da questo dipendesse la loro intensità o la loro bellezza.

La garanzia del futuro, solo quella, sembra farci concentrare sul presente .
Intrappolati, mille trucchi e mille reti che costruiamo da soli per tenerci tutti un po’ più stretti.
Ma non ora, non qui.

E ci sconvolge l’assenza repentina, il non essere più, il non avere quello che nel passato costituiva il presente.
E mettiamo in discussione quello che abbiamo avuto per il semplice fatto di non averlo più.

Permettiamo alla parola fine di agire retroattivamente su pagine e pagine di storia insieme.
Non è più ora, non è più qui.
Quindi, ci diciamo, forse non è mai stato.

La garanzia del futuro spazzata via trascina con sé anche il presente.
Immersi in un tempo che ci ha insegnato a considerare come valore tutto ciò che resiste, disabituandoci persino a domandare cosa esattamente proviamo quando cerchiamo di resistere.

Abbiamo davvero bisogno di una garanzia?
Siamo capaci di valutarci solo in potenza, solo sulla lunga durata.

Chiudiamo in scatole con doppia chiave la nostra garanzia di futuro.
Perché avere sotto agli oggi qualcosa che non è più ci ferisce così tanto ?
Perché la fine terrorizza al punto di negare ciò che è stato ?

Ma perché, dopotutto, pretendiamo da altri tale garanzia di futuro quando siamo i primi che, da soli, davanti allo specchio, non ci riconosciamo oggi identici a come eravamo ieri?

Acchiapala, la tua garanzia di futuro.
E barattala con la certezza del presente.

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